ERRORI COMUNI TRA I FITCROSSER

I dieci errori più comuni di chi pratica CrossFit – By Talayna Fortunato

Talayna Fortunato non è solo una fisioterapista con il vizio del CrossFit – finendo rispettivamente 5 ° e 3 ° negli ultimi due CrossFit Games, – ma ha anche qualche saggio consiglio per gli atleti CrossFit di tutti i giorni, qui ci presenta alcuni dei principali errori che fanno gli atleti più vanno avanti in questo sport.

1. Non fare il warm-up correttamente

E’ imperativo metterci un tempo adeguato per il warm-up e la mobility. Se ti sembra di sprecare tempo ora, calcola quanto tempo sarà veramente sprecato quando dovrai stare fermo perchè sarai infortunato.

Ogni giorno ci impiego circa 30 minuti per il warm-up.

Comincio con leggero cardio per 5-10 minuti. Poi faccio un po’ foam rolling e stretching, esercizi di mobility, gli esercizi per la cuffia dei rotatori, e infine, i movimenti specifici per il workout che sto per fare.

Il mio warm-up è diventato più intenso (e lungo) man mano che aumentano gli anni che faccio CrossFit. A volte mi sembra di annoiarmi, poi mi ricordo dei miei giorni da ginnasta: Sin da quando ero in squadra all’età di 8 anni, mi ricordo che il nostro warm-up ci portava via almeno 30 minuti con tutto lo stretching e il calisthenics che facevamo.

Anche se eravamo comunque giovani e sani, credo che i coach di ginnastica sapessero esattamente cosa fare per mantenerci efficienti e flessibili. Con l’intensità del CrossFit competitovo, è imperativo metterci un tempo adeguato per il warm-up e la mobility.

2. Seguire una dieta Paleo troppo rigida

Se sei un CrossFitter amatoriale, seguire uno stile di vita Paleo è probabilmente adeguato sotto un punto di vista nutrizionale e un buon modo di mantenere la longevità e la salute. Tuttavia, se sei un atleta di livello Competitor e fai training intensivo per più di un’ora al giorno, la tua principale fonte di energia sono i carboidrati e seguire una dieta Paleo troppo rigorosa semplicemente non ne fornisce a sufficienza.

Non fraintendere, non ti sto dicendo di uscire e fare carico di carboidrati come pasta, pane o zuccheri. Quello è farsi una bomba insulinica infiammatoria e basta. Sto dicendo di cercarti fonti di carboidrati complessi provenienti da piante e cereali a basso contenuto glicemico da aggiungere alla tua dieta, in particolare quando il training è al suo apice.

Durante un’intervista ai Games, a ogni singolo atleta è stato chiesto chi segue una dieta Paleo integralmente, neanche uno di loro ha alzato la mano.

3. Sacrificare Tecnica ed Efficienza di Movimento per l’intensità 

Nel Crossfit si ottengono e si misurano i risultati basandosi sull’intensità, ma questo non significa tralasciare la tecnica. Ad esempio, se non fai attenzione alla corretta posizione della tua schiena quando stai facendo un deadlift o mentre stai snatchando in maniera folle, rischi seriamente di infortunarti…è ora di mettere giù il bilanciere e rallentare finché sarai in grado di recuperare  l’efficienza del movimento. La tua schiena e le altre parti del corpo ti ringrazieranno dopo!

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In più, se stai accorciando il range di movimento tanto da compromettere la corretta esecuzione delle rep, prenditi una pausa veloce prima di ricominciare. In caso contrario, ti abituerai a eseguire movimenti scorretti senza neanche accorgertene e quando ti ritroverai nuovamente quel luogo di dolore e fatica che si chiama gara, indovinate un po’ cosa succederà … NO REP!

4. Allenarsi tanto senza seguire un piano di allenamento specifico

I CrossFitters notoriamente pensano che quando ci si prepari a competere fare di più è meglio. Questa mentalità porta a fare molteplici hero WODs in una giornata con l’intento di aumentare i carichi di lavoro, o a sottoporsi ad estenuanti lavori di forza senza una specifica programmazione. Questo nel tempo ti porterà a peggiorare le tue performance e ad andare in iperallenamento

Fare di più non è meglio; è farlo meglio che è meglio.

Avere un obiettivo, vale a dire, conoscere il sistema energetico e i gruppi muscolari a coinvolti durante un workout, ti permette di lavorare in maniera si dura ma intelligente e efficace, non solo in maniera difficile. Ancora una volta, il tuo corpo ti ringrazierà dopo!

5. Scegliere Selettivamente i Workouts e / o Saltare da un Programma all’Altro

Questo è per tutti i CrossFitter che decidono se andare ad allenarsi o meno in base al programma che viene pubblicato la mattina sulla pagina Facebook del suo box.

I Wod sono scritti quotidianamente solo per un motivo, tenere traccia dei lavori eseguiti e permetterti di registrare i tuoi progressi, i wod seguono delle programmazioni progressive e dei macrocicli, per cui il lavoro fatto la settimana scorsa potrebbe essere propedeutico al lavoro che si farà la prossima settimana, se tu hai saltato un intera settimana perché non ti piacevano i wod, come pensi che ti troverai allenandoti la settimana prossima??

In questo modo l’unica cosa che succederà è che vedrai i tuoi progressi andare in pezzi, e probabilmente continuerai a lavorare esclusivamente sulle cose su cui sei più bravo e che più ti piacciono, con la conseguenza che i tuoi punti deboli resteranno sempre deboli

6. Seguire una Progressione di Forza che Non Ha Senso 

Il corpo si adatta alla progressione dei carichi di lavoro con l’ipertrofia muscolare.

E’ un qualcosa di già noto e già analizzato, ci sono molti studi che hanno prodotto delle tabelle specifiche che mostrano le migliori percentuali di lavoro combinate con le giuste serie e rep per ogni specifico obiettivo, non c’è bisogno di inventarsi un fantasmagorico nuovo  metodo di allenamento, basta informarsi e seguire gli studi già esistenti.

Jason Khalipa, Northern California
Jason Khalipa, Northern California

Puoi trasformarti in una cavia da laboratorio e sottoporti a training sperimentali con lo scopo di scoprire l’acqua calda, oppure puoi informarti e scegliere la tabella di progressione di forza più adatta alle tue specifiche esigenze…indovinate un po’ cosa fa la totalità dei crossfitter di successo???

Se salti da programma a programma, settimanale in settimana o addirittura giornalmente, i tuoi progressi andranno in corto circuito.

7. Dimenticarti completamente di lavorare “strict”

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Solo perché è possibile fare il kipping con quasi ogni movimento di CrossFit questo non significa che sia meglio farlo sempre. Inserire dei lavori supplementari di Strict strenght può fare miracoli per incrementare la tua reattività o la resistenza quando farai un kipping hand stand push up.

A volte per migliorare un movimento complesso è necessario eseguire dei lavori su movimenti basilari che incrementino la di forza. Pensa a quanto sia importante la hollow position durante un kipping e capirai subito perché è necessario allenarsi molto con le follow rocks praticamente per tutti i movimenti di ginnastica.

Inoltre aggiungendo degli specifici lavori strict si possono eliminare eventuali scompensi e squilibri muscolari e spingerci verso il miglioramento in un periodo di stallo.

Ricorda, dai prima priorità alla tua forza, e poi al cardio.

8. Aspettare più di 90 minuti per mangiare dopo un workout o reintegrare solo con le proteine

In verità, la maggior parte dei CrossFitters non ha bisogno di uno shake proteico dopo un workout. se tu stai facendo CrossFit solo come parte di uno stile di vita sano o che tu stia cercando di diminuire il grasso corporeo, un pasto composto di proteine magre, carboidrati nutrienti (verdure) e grassi sani è meglio di uno shaker post workout.

Tuttavia, se stai seguendo un programma crossfit per competitor e stai facendo molteplici workouts estenuanti e massacranti parecchi giorni a settimana (anche 2 due volte al giorno), allora la tua alimentazione post-workout diventa vitale per il tuo successo. Anche se questa è una cosa molto individuale, ci sono alcune costanti – la prima è che hai bisogno non solo di proteine dopo ogni sessione.

Proteine combinate a carboidrati sono fondamentali subito dopo un workout – varia solo la quantità di uno o l’altro in base all’individuo. Il rapporto ideale di carboidrati: proteine tipicamente può essere da 2: 1 a 4: 1 a seconda della composizione del corpo dell’atleta e dal tipo di workout appena completato.

Come fonte di carboidrati prenditi qualcosa che sia a rapido assorbimento come ad esempio maltodestrine o zucchero. La priorità è il tempismo, devi essere in grado di assumere questo mix post workout subito al termine della sessione, al fine di ricostituire il glicogeno diminuito dal workout e dare inizio alla sintesi proteica muscolare.

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Circa un’ora dopo aver bevuto questo shake dovresti quindi mangiare qualcosa composto da proteine magre e carboidrati. Un buon esempio potrebbe essere un po’ di pollo alla griglia e una patata dolce o del riso. Ripeto, anche in questo caso che le quantità di proteine e carboidrati sono estremamente soggettive, ogni atleta deve trovare il suo rapporto ideale, ma la costante è il tempismo e la combinazione dei due macronutrienti.

9. Sacrificare il Sonno e Saltare Giorni di Riposo

Continuare un workout quando si ha un certo livello di fatica o addirittura dolore può effettivamente essere controproducente a lungo termine.

Quasi importante come quello che fai in palestra è quello che fai al di fuori dalla palestra. La capacità di recupero è strumentale per ottenere aumenti consistenti delle prestazioni atletiche.

L’ormone della crescita, growth hormone in inglese (GH), è una parte essenziale di quel recupero. Esso consente al corpo di “ripararsi” dopo un intenso esercizio fisico attraverso l’ipertrofia muscolare e svolge un ruolo importante nel mantenimento della massa magra.

Quasi il 50% della secrezione di GH avviene durante la terza e la quarta fase del sonno REM.

Se ti stai regolarmente privando di sonno per 2 o più ore, il tuo corpo non ha il tempo per la produzione primaria di GH, e quindi non stai recuperando come dovresti. In altre parole, tutto lo sforzo che hai messo nei tuoi squat è stato appena rovinato in grossa percentuale se non hai dormito abbastanza la sera prima di allenarti.

Un altro aspetto importante del recupero è prendersi i giorni di riposo necessari. Continuare un workout quando si ha un certo livello di fatica o dolore può effettivamente essere controproducente nel lungo termine.

10. Chiedere Consigli e poi Non Ascoltarli

Vedere # 1-9.

 

 

[rif.: http://www.wodnews.it/i-10-errori-piu-comuni-che-fanno-i-crossfitters/2/]

L’ALLENAMENTO FUNZIONALE, DI COSA SI TRATTA

Un movimento si dice funzionale quando rispecchia i gesti della vita quotidiana, movimenti naturali realizzati grazie alla contrazione sinergica di piu’ gruppi muscolari. Scopo di questo allenamento è sviluppare un corpo armonico e forte tramite esercizi che richiamano le funzioni base per cui è nato; per questo si vanno a creare percorsi che si avvicinino il più possibile a quello che il corpo umano fa per natura.

Nella nostra vita quotidiana non esiste l’isolamento muscolare tipico della sala attrezzi, qualsiasi cosa facciamo, dal semplice camminare all’alzare una busta della spesa, dall’arrampicata al salto, richiede movimenti permessi dalla sinergia muscolare.

Il nostro corpo è nato per compiere movimenti – semplici e non – grazie al suo insieme e non settorializzando ogni sua zona. Parliamo di esercizi caratterizzati da movimenti multiarticolari (piu’ articolazioni che sollecitano catene muscolari) svolti su diversi piani e assi. L’allenamento funzionale è un allenamento a 360° dove non viene richiesta solo una caratteristica, e dove non viene chiesta la specificità. Essere funzionali vuol dire essere forti, reattivi, agili, veloci, elastici, coordinati, grazie al fatto che si acquisiscono nuovi schemi motori attraverso esperienze motorie multiple e sempre piu’ difficili (la progressione è fondamentale nel functional training).
Tale allenamento, grazie alle sue caratteristiche, va a sollecitare la muscolatura profonda che crea stabilizzazione articolare, a differenza del classico lavoro analitico che siamo abituati a svolgere in palestra. Questo lavoro di stabilizzazione previene molti infortuni e rinforza le articolazioni. Piu’ l’esercizio è instabile piu’ i muscoli profondi (tipico esempio è rappresentato dalla cuffia dei rotatori) devono creare stabilizzazione. Pensate alla difficoltà che si incontra nel passare, ad esempio, dalle distensioni con bilanciere alle distensioni con manubri. Sicuramente ai 100 Kg sollevati nelle distensioni con bilanciere non corrisponderà mai un peso di 50 Kg per braccio nelle distensioni con manubri. Ancora, se passiamo dalle distensioni a dei piegamenti effettuati su 2 palle mediche molto probabilmente non saremo in grado di fare nemmeno qualche ripetizione.
E’ da questo principio cardine del functional, rappresentato dalla stabilizzazione, che nasce un termine molto utilizzato in questa disciplina: “Core training”. Esso si riferisce al rinforzo dei muscoli profondi del tronco e del bacino, al fine di ottimizzare qualsiasi gesto che richieda stabilità. Il core è il centro, ed è proprio dal centro del nostro corpo che parte il movimento. Con un core stabile e forte tutto sarà piu’ semplice e sicuro, dal salire sopra uno sgabello allo svolgimento di squat – affondi – military press ecc.

A fronte di questi innumerevoli benefici, vi è da aggiungere un uso, a volte  indiscriminato, dell’allenamento funzionale. È impensabile dare dei movimenti balistici o estremamente instabili a soggetti non allenati o addirittura con problematiche di base.

Basti pensare, ad esempio, al rapporto che c’è tra uno swing (esercizio balistico fatto con un attrezzo chiamato kettlebell che adoro) e il carico sulla colonna vertebrale.
Un’anamnesi iniziale è doverosa prima di dare un qualsiasi esercizio, specie se funzionale.
Le ginocchia del soggetto analizzato sono in recurvatum, sono valghe o vare?
I muscoli del cingolo scapolare sono liberi da ogni anomala tensione o meno?

Immaginate i danni che potrebbe causare uno swing ad un soggetto con catena posteriore retratta.

Queste sono solo alcune attenzioni da dover tener presente quando si parla di esercizi funzionali, che se fatti male possono recare molti piu’ danni dei classici esercizi.

In questo “nuovo” e affascinate mondo tanto c’è di buono; l’allenamento funzionale non rappresenta certo una moda del momento destinata a scomparire la prossima stagione. Inoltre, definisco il functional un’ottima attività, anche complementare ad altre discipline (dal bodybuilding all’atletica). Personalmente è da un po’ di tempo che inserisco nei miei “classici” allenamenti di ipertrofia, anche questi esercizi. Ho riscontrato in tutti i soggetti analizzati, un notevole aumento di forza (incrementi del carico sulla panca orizzontale sullo squat e altri). Senza parlare del netto miglioramento della performance che ho riscontrato in sport come il tennis e calcio.
[Rif. http://www.my-personaltrainer.it/allenamento/allenamento-funzionale.html]

CONSIGLI PER CHI STA MOLTO ALLA SCRIVANIA

Stare a lungo seduti in uno spazio limitato e senza cambiare posizione, magari con le gambe accavallate come capita a chi sta diverse ore alla scrivania, può compromettere la corretta circolazione sanguigna ed esporre al rischio di incorrere in episodi di trombosi delle vene delle gambe. Se colpisce chi sta a lungo seduto in ufficio, davanti al computer, viene soprannominata “e-trombosi”. Niente allarmismi, però, perché una strategia per evitarla c’è: alzarsi o cambiare posizione ogni tanto e bere acqua per mantenere l’organismo idratato. Si tratta, comunque, di una condizione da non sottovalutare perché la trombosi, venosa o arteriosa, profonda o superficiale, è una malattia molto diffusa. […] Nel loro insieme le malattie provocate da una trombosi sono la prima causa di morte e di invalidità in tutti i Paesi cosiddetti “civilizzati”, ma possono essere evitate almeno in un caso su tre riconoscendo i sintomi e, soprattutto, conoscendo i fattori di rischio, cioè quella “squadra di complici” che insieme provoca una squilibrio nel sangue capace di causare la formazione di un trombo.

Approfondiamo il tema della trombosi delle vene delle gambe (trombosi venosa profonda o trombosi venosa superficiale, una volta detta flebite, spesso causa della comparsa di vene varicose) con la dott.ssa Lidia Rota, responsabile del Centro Trombosi in Humanitas e Presidente di ALT-Associazione per la Lotta alla Trombosi (www.trombosi.org).

Perché stare seduti a lungo può favorire la trombosi?

“L’immobilità mantenuta per ore (o giorni) come capita non solo a chi lavora alla scrivania, ma anche a chi effettua un lungo viaggio in aereo o in auto o è costretto a letto da una malattia o da un intervento chirurgico o, ancora, ha una gamba ingessata per una frattura, rallenta la circolazione del sangue aumentando la probabilità che si formi un trombo nelle vene delle gambe. È ovvio che non basta trovarsi nelle situazioni descritte per sviluppare una trombosi, è necessaria la complicità di qualche altro fattore di rischio come il sovrappeso, la fragilità e la perdita di elasticità di vene già messe a dura prova da flebiti o trombosi precedenti, una circolazione del sangue di per sé rallentata, come accade negli obesi, negli anziani, in chi soffre di malattie di cuore. Il sangue tende a scorrere con meno velocità nella parte inferiore del corpo (polpacci o cosce) per ragioni di forza di gravità e in condizioni particolari questo rallentamento può ‘confondere’ il sistema della coagulazione del sangue che si attiva in modo improprio e da liquido si addensa fino a formare un coagulo. Una volta formatosi, il trombo può sciogliersi da solo oppure estendersi all’interno del vaso fino ad ostruirlo in parte o completamente impedendo, così, la normale circolazione del sangue. Se il trombo si forma in organi nobili, come il cuore o il cervello, provoca danni importanti, come l’infarto o l’ictus, quando si forma nelle gambe, può provocare gonfiore, dolore, rossore, crampi. Se si frammenta può provocare un’embolia polmonare, che può essere una patologia gravissima, spesso mortale se non viene riconosciuta. In ogni caso è importante sapere che la trombosi non è mai provocata da una sola causa e ridurre i fattori di rischio, per esempio mantenendo una buona idratazione, bevendo molta acqua, evitando di fumare ed evitando biancheria e indumenti stretti soprattutto all’inguine, riduce la probabilità di andare incontro a questo incidente”.

Ci sono persone più a rischio di altre?

“Certo, episodi di trombosi venosa profonda si verificano spontaneamente soprattutto in persone che hanno una circolazione del sangue alterata, un danno alle pareti venose e uno squilibrio nella coagulazione del sangue, a volte ereditario, quindi, gli anziani, le persone che soffrono di patologia cardiaca, chi ha precedentemente sofferto di malattie da trombosi o ha da poco subito un intervento chirurgico, la donna in gravidanza o che fa uso di pillola anticoncezionale o di terapia ormonale sostitutiva, chi fuma o è obeso, chi è diabetico, chi ha le vene varicose. Ognuno di questi fattori moltiplica il rischio. Per esempio, una donna sovrappeso, che prende la pillola anticoncezionale, fuma e sta immobile per diverse ore, ha un rischio triplicato rispetto ad una donna che non assume ormoni, non fuma e fa attività fisica regolarmente”.

Quali sono, quindi, i campanelli di allarme?

“I sintomi di una trombosi dipendono dall’importanza del vaso che viene colpito e da quanto è grande il trombo che si forma. Se il trombo non occlude un vaso principale o se non lo occlude completamente, i sintomi possono essere molto sfumati o addirittura impercettibili. Comunque, devono destare sospetto:

  • dolore al polpaccio sotto forma di crampo;
  • pelle lucida e infiammata nella zona colpita;
  • gonfiore;
  • presenza di un cordone rosso e dolente sulla superficie della gamba (in questo caso si parla di tromboflebite superficiale);
  • accelerazione del battito cardiaco con accessi di tosse ingiustificata, a volte con dolore al dorso o al fianco, e striature rossastre nel catarro: questi sono sintomi fortemente sospetti per embolia polmonare.

Si tratta di segnali da non trascurare, né sottovalutare. Se si manifestano il mio consiglio è di recarsi dal medico che, in base ai sintomi, ai fattori di rischio e alla storia personale e famigliare della persona, potrà sospettare una trombosi e richiedere un ecocolordoppler per confermare la diagnosi e impostare un terapia corretta”.

Quali sono i suoi consigli per chi lavora alla scrivania per lunghe ore?

“Nei limiti del possibile alzarsi e muoversi ogni tanto, il corpo ha bisogno di movimento, anche se per pochi minuti. Un posto di lavoro organizzato in modo da non poter raggiungere tutto da seduti aiuta, perché costringe a muoversi dalla propria postazione di tanto in tanto come anche salire e scendere le scale a piedi quando si raggiunge l’ufficio, e, perché no, una passeggiata durante la pausa pranzo, ma, soprattutto, è bene evitare di stare seduti con le gambe accavallate e non portare d’abitudine biancheria o indumenti che stringano all’inguine (come i jeans). Stando seduti, inoltre, piedi e gambe possono lavorare sotto la scrivania. Per esempio, si possono distendere e roteare piedi e caviglie o contrarre i polpacci. Si tratta di movimenti semplici con i quali la pompa muscolare fa circolare il sangue. E ricordiamoci di bere, almeno un bicchiere ogni ora di acqua naturale per mantenere una idratazione adeguata. E’ consigliabile anche fare un pò di ginnastica in ufficio”.

Anche stare troppo in piedi fa male alla circolazione?

“Esattamente come per chi sta troppo seduto ed immobile, anche in chi sta in piedi ed immobile la circolazione rallenta. È il caso di chi sta in piedi a lungo all’asse da stiro, per esempio, mantenendo sempre la stessa posizione. Diverso, invece, è il caso di chi sta in piedi, ma ha l’opportunità di muoversi spesso come, per esempio, le commesse in un negozio. La regola d’oro per non andare incontro a malattie indesiderate resta comunque l’informazione, quindi, sapere quali sono le situazioni che predispongono a sviluppare una trombosi, sapere quali sono i fattori di rischio legati allo stile di vita (fumo, sovrappeso), sapere quali farmaci possono aumentare il rischio di trombosi (terapie ormonali) o quali sono le situazioni in cui si rischia di più (gravidanza, interventi chirurgici, fratture o immobilizzazione degli arti inferiori) e conoscere i sintomi che non devono essere trascurati”.

[rif. HUMANITASALUTE; http://www.humanitasalute.it/benessere-casa-e-lavoro/3098-in-ufficio-circolazione-a-rischio/]

La pelle maschile è diversa da quella femminile

La pelle rappresenta il rivestimento più esterno del nostro organismo, perciò è la prima barriera di protezione contro gli agenti esterni (batteri, raggi, inquinamento). E’ anche denominata “apparato tegumentario“.

E’ costituita da tre strati principali:

  • L’epidermide, ossia lo strato più esterno che si trova direttamente a contatto con l’ambiente esterno;
  • Il derma, cioè lo strato intermedio posizionato subito sotto l’epidermide;
  • L’ipoderma, anche conosciuto come strato sottocutaneo, poiché rappresenta lo strato più profondo della pelle.

Ciascuno strato contiene al suo interno differenti tipi di cellule e strutture, ognuna delle quali svolge uno specifico compito, permettendo così alla pelle di svolgere tutte le sue numerose funzioni.

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Più precisamente, le funzioni consistono in:

  • Protezione dall’aggressione di agenti esterni di natura chimica, fisica (come, ad esempio, le radiazioni ultraviolette) e/o biologica (come, per esempio, i microorganismi).
  • Termoregolazione. Infatti, la pelle – attraverso le ghiandole sudoripare e la capacità di regolare il flusso sanguigno – è in grado di controllare la dispersione di calore, partecipando in questo modo al meccanismo di regolazione della temperatura corporea.
  • Controllo della perdita di liquidi. La pelle costituisce una sorta di barriera in grado di limitare e controllare la perdita di liquidi, così come la perdita di elettroliti attraverso il processo di sudorazione.
  • Funzione metabolica e di riserva; la pelle, infatti, rappresenta una riserva lipidica di notevole importanza ed è sede di un processo metabolico di rilievo, ossia la sintesi della vitamina D.
  • Funzione sensoriale. Nella pelle, infatti, sono presenti diverse terminazioni nervose che consentono di percepire stimolazioni di vario genere, come stimoli tattili, stimoli termici, vibrazioni e sensazioni dolorose.

La pelle di ognuno di noi è diversa e presenta tratti peculiari, soprattutto per quanto concerne l’aspetto estetico (colore, sensazione al tatto, aspetto visivo, ecc.).

Lo spessore della pelle può variare – a seconda delle aree del corpo in cui si trova – in un range di dimensioni che va dagli 0,5 mm fino ai 4 mm. Ad esempio, la pelle della pianta dei piedi presenta uno spessore maggiore rispetto alla pelle del viso.

Tuttavia, tutti i tipi di pelle – indifferentemente dalla parte di organismo che rivestono – sono dotati per natura di due particolari e fondamentali caratteristiche:

  • Estensibilità e resistenza, poiché la pelle è in grado di adattarsi (senza subire danni) alle variazioni delle dimensioni corporee che si verificano durante la crescita, lo sviluppo e le trasformazioni del nostro corpo;
  • Autoriparazione, poiché, quando subisce una lesione, la pelle è capace di ripararsi e rigenerarsi da sola, talvolta anche nel giro di un breve lasso di tempo.

E’ bene ricordare che la pelle dell’uomo si differenzia da quella della donna per alcuni aspetti fisiologici, determinati principalmente da fattori ormonali. La pelle dell’uomo risulta essere più spessa e maggiormente ricca di fibre (collagene a filamenti trasversali), caratteristiche che le conferiscono una resistenza maggiore – ma anche una morbidezza inferiore – rispetto alla pelle delle donne.

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Tipi di Pelle

Pelle Normale

Generalmente, quando si parla di pelle normale, ci si riferisce a una pelle dal colorito chiaro e roseo, priva di imperfezioni e che si presenta levigata e liscia al tatto.

Alla luce di quanto appena detto, la pelle normale può essere definita come una sorta di “pelle perfetta”. Infatti, anche a livello fisiologico, la pelle normale non presenta alterazioni ed è dotata di un giusto grado di idratazione accompagnato da una più che buona microcircolazione.

Pelle Grassa

La pelle grassa appare lucida, quasi oleosa e con un colorito piuttosto spento.

Questo tipo di pelle presenta spesso dei comedoni (ossia dei punti neri e/o dei punti bianchi) e al tatto viene percepita come una superficie irregolare e talvolta perfino ruvida.

Pelle Secca

Analogamente a quanto avviene per la pelle grassa, anche la pelle secca si manifesta al tatto come ruvida e irregolare, tuttavia essa è anche caratterizzata dalla presenza di screpolature.

Visivamente questo tipo di pelle appare sottile e fragile e il colorito è molto chiaro e spento.

Solitamente, la pelle secca possiede poca elasticità ed è soggetta ad andare incontro a processi di invecchiamento precoce. Infatti, nelle persone con pelle secca le rughe tendono a comparire prima rispetto agli individui con pelle normale o grassa.

Pelle Mista

La pelle mista è un tipo di pelle che presenta caratteristiche peculiari sia della pelle grassa e a tendenza acneica, sia della pelle secca.

Pertanto, la pelle mista si manifesta con zone secche e desquamate che si alternano a zone untuose e oleose in cui spesso vi sono pori dilatati e punti neri (generalmente, le caratteristiche della pelle grassa compaiono a livello della cosiddetta zona T, che comprende l’area del naso, della fronte e del mento).

Pelle Sensibile

La pelle sensibile è una pelle facilmente irritabile in seguito alle aggressioni esterne e presenta un certo grado di suscettibilità nei confronti di sostanze o agenti fisici che, di norma, non danno problemi.

Questo tipo di pelle appare chiaramente fragile e desquamata e al tatto spesso risulta calda.

Analogamente alla pelle secca, anche la pelle sensibile è soggetta alla comparsa precoce dei segni dell’invecchiamento cutaneo.

Fondamentale ricordare che la pelle non subisce aggressioni solo da agenti esterni, ma la sua struttura, il suo aspetto e il suo invecchiamento possono risentire anche del nostro stato di salute (presenza di eventuali patologie), così come possono essere influenzati dal nostro stile di vita e delle nostre abitudini alimentari.

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