LA SPALLA CONGELATA

I medici la chiamano Capsulite Adesiva, gli inglesi Frozen Shoulder, la spalla congelata. Si tratta di una patologia della spalla che provoca dolore e rigidità e col passare del tempo diventa molto difficile da muovere e trattare. La spalla congelata si verifica circa nel 2% della popolazione e maggiormente nelle persone di età compresa tra i 40 e i 60 anni, prevalentemente nelle donne.

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L’anatomia della spalla descrive che è un’articolazione a sfera costituita da tre ossa: l’osso superiore del braccio (omero), la scapola e la clavicola. La testa dell’osso del braccio (omero) si appoggia ad una superficie piatta della scapola (glena). Un resistente tessuto connettivo, chiamato capsula della spalla, circonda l’articolazione. Per aiutare la spalla a muoversi più facilmente, del liquido (sinoviale) lubrifica la capsula e l’articolazione.

Nella spalla congelata, la capsula della spalla si ispessisce e diventa stretta e si formano adesioni molto forti tra gli strati di tessuto (le aderenze), oltre a scorrere conseguentemente meno fluido sinoviale. Tutto questo porta a meno movimento del braccio, infatti il segno distintivo di questa patologia è non essere in grado di muovere la spalla (sia da soli, sia con l’aiuto di qualcun’altro).

Le cause di questi meccanismi che portano all’irrigidimento intenso della spalla, appunto detta spalla congelata, non sono ancora state comprese dai medici.

Cosa fare? consultare ovviamente il medico, che probabilmente vi indirizzerà verso indagini diagnostiche e successiva terapia per migliorare nel tempo.

MotoGP – Rossi, sul recupero parlano gli esperti: “Non è un miracolo”

La redazione di Motosprint ha chiesto a un chirurgo ortopedico specializzato in traumi sportivi e ad un fisioterapista con quindici anni di esperienza un parere sul recupero “lampo” del campione di Tavullia.

Diciannove giorni. Solo diciannove giorni dopo la frattura scomposta di tibia e perone rimediata in allenamento, Valentino Rossi è tornato in pista. E’ successo a Misano, con una Yamaha R1 stradale con cui ha fatto alcuni turni per “saggiare” le condizioni della gamba. Un test che ha convinto lui e soprattutto i medici a dargli il “via libera” per correre una gara di MotoGP. Ad Aragon, il prossimo week-end. A soli 22 giorni dall’infortunio.

Per molti è un record, per altri un azzardo. Alcuni parlano di miracolo ma noi abbiamo chiesto a due esperti (uno specialista in traumatologia sportiva e un fisioterapista con 15 anni di esperienza) che tutti i giorni si confrontano con persone “normali” se per Valentino si può parlare di miracolo. E quali rischi comporta tornare in pista a così pochi giorni dall’infortunio.

Risponde Vincenzo Di Sanzo: 36 anni, motociclista appassionato e possessore di una Ducati Multistrada 120OS, è MD, PhD, specialista in ortopedia e traumatologia, dottore di ricerca in tecnologie avanzate in chirurgia presso il Dipartimento di Scienze Chirurgiche “Sapienza” Università di Roma. Opera presso la Clinica Villa Betania e Ospedale Cristo Re di Roma e in altre strutture private della capitale.

Venti giorni dopo l’operazione, Rossi torna in pista. Com’è possibile?
“Le nuove tecniche chirurgiche di osteosintesi con mezzi metallici (chiodi, viti, placche, fili etc, n.d.r.) per lo più il titanio che ha delle proprietà meccaniche più simili all’osso umano rispetto all’acciaio, permettono una ripresa immediata del carico perché danno una stabilità meccanica immediata in attesa della stabilità biologica che si ha solo dopo la consolidazione della frattura. Nel caso di Rossi si tratta di refrattura (è la stessa già infortunata al Mugello nel 2010, n.d.r.) e quindi è notevole la sua velocità di recupero. Ma non stupisce, perché ora nel nostro campo abbiamo a disposizione mezzi fisici e terapie mediche che velocizzano la formazione del callo osseo”.

Che tipo di operazione ha subito? E perché, due giorni dopo l’intervento, aveva solo una calza contenitiva e un paio di cerotti?
“A Valentino è stato inserito un chiodo endomidollare bloccato. Il chiodo si infila dalla parte superiore dell’osso, all’altezza del tendine rotuleo e il cerotto serve a coprire il taglio necessario per intervenire. La calza serve per ridurre il rischio di trombosi e limitare il gonfiore postoperatorio. In alcuni casi, a distanza di 4-5 settimane, bisogna rimuovere una vite per migliorare il callo osseo. Vedremo se per lui sarà così”

E’ vero che persone normali, come me o lei, dopo un’opereazione del genere starebbero ancora a letto? Magari con il gesso?
“Non è vero. Quando si riduce e sintetizza la frattura con questa tecnica si permette il carico anche a pazienti “normali” e il gesso non serve. Molti colleghi sono più conservativi per vari motivi anche medico legali ma questa procedura è oggetto di un dibattito apertissimo nella comunità scientifica internazionale”.

Come fa a saldarsi l’osso in soli dieci giorni? 
“L’osso non si salda in dieci giorni. Si ha solo una stabilità meccanica data dai mezzi di sintesi come placche etc”.

La moto si guida molto di “gambe”: quanto è doloroso e quanto è rischioso farlo in pista, con una MotoGP?
“Molto doloroso e molto rischioso. Facendo i debiti scongiuri, il problema consiste nell’eventualità di un nuovo trauma che possa rompere i mezzi di sintesi all’interno della gamba con conseguenze non proprio bellissime. Ecco perché agli sportivi e ai giovani si consiglia molto spesso la rimozione dei mezzi di sintesi prima di tornare in attività”.

Rossi, con questo recupero fulmineo, rischia la funzionalità della gamba nella sua vita futura, anche fuori dai circuiti?
“In teoria se va tutto bene no perché questo infortunio non riguarda le articolazioni ma la diafisi ossea quindi teoricamente non dovrebbe esserci nessuna conseguenza a lungo termine”.

E’ stupito dal fatto che uno che ha vinto tutto, a 38 anni e senza dover dimostrare niente a nessuno, possa avere tutta questa voglia di tornare in sella il prima possibile?
“No, ho seguito vari atleti e soprattutto negli sport motoristici sta nel DNA del biker tornare subito in sella, per il senso di libertà e per l’adrenalina. Ho avuto pazienti che sono venuti in moto il giorno dell’intervento e, usciti dalla sala operatoria pretendevano di tornare a casa in moto…”

Risponde Lorenzo Natali, fisioterapista e osteopata con una specializzazione in rieducazione posturale Mezieres. Ha 15 anni di esperienza professionale a Roma e nel tempo libero è un motociclista appassionato di turismo a due ruote. La moto dei suoi sogni? BMW R80 GS.

Frattura scomposta di tibia e perone: nello specifico del suo lavoro, che tipo di trattamento serve in questi casi per recuperare? E quali potrebbero essere le complicazioni che il paziente può incontrare durante il recupero?
“Per ciò che riguarda il tipo di terapie, nell’immediato postoperatorio la prima cosa è mantenere elastiche le strutture muscolo articolari e iniziare il prima possibile un recupero della funzione motoria, attraverso esercizi di rinforzo muscolare a distanza dal punto di frattura e poi coinvolgendo le strutture più prossime ad essa. Nel caso in cui siano presenti blocchi articolari iniziare progressivamente esercizi di sblocco. Allo stesso tempo iniziare immediatamente sedute di magneto-terapia per più ore al giorno in modo da favorire il processo di rigenerazione del tessuto osseo. In ultimo, ma non per importanza, il massaggio allo scopo di favorire una migliore circolazione. Le difficoltà che si possono incontrare sono ritardi di consolidazione, problemi legati a possibili infezioni derivanti dall’intervento e non ultimi blocchi articolari che ritardano il processo di recupero”.

Quanto tempo serve ad una persona normale per tornare a camminare come prima? Com’è possibile che valentino sia in moto 19 giorni dopo l’incidente?
I tempi di recupero dopo una frattura scomposta di tibia e perone in un soggetto normale sono ovviamente variabili. Tutto dipende dalla rapidità in cui si effettua l’intervento chirurgico, dall’età del paziente, dal mezzo di sintesi che viene utilizzato durante la chirurgia e dalla condizione fisica al momento del trauma. Ma anche dalla capacità di recupero individuale del corpo al trauma e le condizioni psicologiche con cui si affronta il recupero. Le tempistiche con cui Valentino è stato operato, la sua condizione fisica e la motivazione psicologica, la frequenza e la durata delle sedute di riabilitazione e probabilmente l’utilizzo di sostanze che migliorino la capacità di rigenerazione del tessuto osseo sono alla base del suo recupero rapido. 
Un soggetto normale necessita di un tempo di circa 2 mesi per un recupero completo, considerando i circa 20/25 giorni perché un callo osseo sia di nuovo buono. Ovviamente dipende anche dal tipo di frattura, se più o meno vicina al punto articolare. Perché una frattura articolare prevede un tempo in genere più lungo”.

Uno dei principi dell’osteopatia recita: “Il corpo è un’unità”: le motivazioni mentali, la grande preparazione fisica, l’attitudine al movimento e allo sport possono quindi influire enormemente sulla velocizzazione del processo di recupero?
“Il concetto di unità funzionale in osteopatia riguarda le interrelazioni esistenti nel corpo umano fra diversi sistemi e strutture, quindi non riguarda in modo diretto le motivazioni del soggetto o la sua capacità fisica o mentale. Ma questi ultimi attori sono sicuramente il presupposto per un recupero più rapido e funzionale”.

La forza di volontà è fondamentale in fase di recupero. Ma può essere anche rischiosa?
Il rischio di chi corre troppo in fase di recupero è quello di mettere eccessivamente sotto stress le strutture coinvolte nel trauma, che volendo o meno, hanno bisogno di un fisiologico processo di guarigione. Ci sono più rischi a lungo termine ma è noto quanto gli sportivi negli anni possono andare incontro a processi patologici secondari a traumi pregressi”.

Umanamente e professionalmente, la sorprende Valentino Rossi?
“Valentino è un professionista che conosce il prezzo della sua assenza dalle piste in termini di soldi, di responsabilità nei confronti del team e dei tifosi e ritengo ce la metta tutta anche a costo di sopportare lo stress di un recupero doloroso e faticoso. Quindi professionalmente lo ritengo un esempio. Umanamente non mi sorprende più di altre persone che ho incontrato nel mio lavoro”.

fonte: Motosprint.corrieredellosport.it

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